ALTRAINFORMAZIONE

Questo blog è chiuso, non ci scrivo più e non credo proprio ricomincerò in futuro.

Se ti interessa seguirmi, comunque, sto continuando la mia avventura da blogger su benguitar90.wordpress.com, questa volta un blog più personale.

Grazie per essere passato di qui, spero di rivederti ancora. :-)

Benguitar90

Un bell’editoriale sulla situazione politica del Pdl, pubblicato su Libero.

17.04.2010

Ci fosse un cane che, invece di fare la mera conta dei deputati e dei senatori, avesse anche voglia di discutere se le ragioni addotte al divorzio Fini-Berlusconi abbiano o no qualche fondamento, qualcuno che voglia cioè discutere la ripartizione dei torti e delle ragioni non soltanto sulla base dei rapporti di forza. A me, per esempio, non importa nulla del divorzio in sé, m’importa che probabilmente andrà a catafascio anche il banalissimo assunto secondo il quale il partito più grande del dopoguerra dovrebbe avere delle pluralità al proprio interno, quelle identità che corrispondono alle mille sfumature della società e la cui sintesi, un tempo, era il motore della politica. Detto in termini medici: Fini potrebbe aver torto nella terapia, e magari andarsi presto a schiantare: ma la sua diagnosi è proprio tutta sbagliata? Sicuri che i problemi da lui posti siano soltanto dei pretesti per reclamare fette più generose di potere?

È in tal senso che si può, secondo me, essere «finiani senza Fini», e guardare con simpatia al sommovimento che aveva creato: anche se non si aveva nulla a che spartire col suo retroterra culturale, col suo passato, con le sue metamorfosi. L’ampissimo centrodestra italiano, del resto, non è diviso solo tra berlusconiani e finiani, non porta soltanto i mocassini e le giacche berlusconiane in alternativa al maledetto «cachemire» che si tende a immaginare su chiunque appaia diverso dall’archetipo che ci piace.
Io non so se Fini corrisponda a un socialismo tricolore, a una destra europea o dei diritti o delle istituzioni; so che qualcosa però si muoveva, mentre dall’altra parte c’è Berlusconi e basta. C’è lui, che non è poco, ma oltre a lui ci sono solo i suoi yesmen, i suoi oligarchi eletti con voti di lista, il Porcellum, la selezione per casting, i pigia-bottoni del Parlamento, e tanta, troppa gente euforizzata dal potere e disposta perciò a sostenere ogni cosa e pronta a obiettare che «il popolo lo vuole», anche se magari non è vero, lo vuole tizio, lo vuole Caio, lo vuole la Lega, lo vuole il Vaticano. C’è Berlusconi e sempre sia lodato, ma, a strascico, c’è anche un partito con organismi fittizi, un ufficio di presidenza pressoché inesistente, una direzione nazionale mai convocata, nessuna discussione che faccia da base all’intuizione fulminea del leader. C’è un ex movimento liberale di massa che ha ceduto il posto a una linea clericale – per fare l’esempio più facile – la quale però non è mai stata deliberata, discussa, ufficialmente decisa. C’è una truppa in panico da ricollocazione che liquida con arroganza ogni dubbio vedendolo come debolezza, gente che in mancanza d’altro ha nella fedeltà a Berlusconi la sola stella polare. Quindici anni di elaborazione del centrodestra, nato con Berlusconi, hanno dato questo: Berlusconi. L’assioma contiene tutti i pregi e i difetti del caso.
Ma, ripeto, il centrodestra non è diviso soltanto tra finiani e berlusconiani: ce n’è anche una parte – ampia, laica anche quando cattolica – che è sempre stata al posto giusto e non ha neppure avuto bisogno di innovarsi, questo mentre altri, a destra e a sinistra, annegavano nella rispettiva brodaglia ideologica. È gente che votava il pentapartito e oggi vota PdL, non c’è dubbio: ma la loro, in mancanza d’altro, dopo 15 anni, resta una delega rilasciata pressoché in bianco. La sera, in televisione, vedono Sandro Bondi o Maurizio Gasparri e si chiedono se li rappresenti: non per antipatia, ma perché non ne possono più del ring e dell’eterno referendum su Berlusconi. Forse, chissà: tra loro ci sono anche i tanti o tantissimi che alle regionali non sono andati a votare.

Molti berlusconiani non pensano che ci sia un universo a nome del quale Gianfranco Fini ha costruito un potere: pensano che ci sia un’aspirazione di potere dietro la quale Fini ha costruito un finto universo. E tutto può essere, la decrittazione immaginifica dei finiani – fatta perlopiù da sinistra – non mi entusiasma: ma i finiani esistono, come tanti altri, ed esistono a fronte di un PdL che doveva o poteva essere, date le sue dimensioni, come un crogiolo: ma che nei fatti, come si è visto, non fonde, bensì scarta, seleziona, esclude a seconda delle stagioni. In questa stagione il PdL sta appaltando la propria identità a chi ha il merito di averne una: la Lega. È la cosa migliore? Può darsi anche questo. Ma domani?
In attesa di saperlo, il PdL è un partito plebiscitario con venature populiste. Lo è perché lo si vuole così. Non ha un progetto per cui chiede voti, ma chiede voti per elaborare un progetto. Meno male che Silvio c’è. Meno male che Tremonti c’è. Eccetera. Questo non piace a tutti, e Fini su questo sfondo è divenuto il reagente di tutte le contraddizioni, lo sfiatatoio di apnee che forse duravano da troppo tempo. A molti interessa solo fare la conta, a me interessa che l’ennesima identità, quale che sia, andrà probabilmente annacquata. È davvero un peccato.

Filippo Facci

Puntata accesa ieri sera ad Annozero… Il ministro della difesa La Russa che accusa Gino Strada di aver messo in difficoltà i tre italiani con le sue dichiarazioni; poi cerca di mettergli in bocca apologie del terrorismo o altre affermazioni quanto meno curiose… insomma, non ha capito un tubo.

Strano, perché Gino Strada è stato molto comprensibile: ha semplicemente affermato che secondo lui ogni atto di violenza è terrorismo; ha citato Einstein che affermava che la guerra non può essere giusta, o umanizzata, perché è solo uno schifo. Cosa c’è di difficile da capire in questo?

Ma il meglio è arrivato da Edward Luttwak, economista, saggista, politologo.

Ha parlato di episodi accaduti in Somalia, in cui delle ONG, pur di aiutare la popolazione civile, pagavano i miliziani per avere campo libero negli aiuti, e in questo modo finanziavano il conflitto.

Mannaggia, queste ONG, come son preoccupanti!! Il problema è che non sono sotto il controllo governativo, non c’è un parlamento che possa controllare il loro operato, sono potenzialmente pericolose! Ovviamente le ONG sono molto più pericolose delle compagnie militari private (come la Blackwater) – in pratica dei mercenari – che sono state assunte in Afghanistan e in Iraq, e non si sa bene sotto quale controllo siano (anche loro senza l’obbligo di riferire a un parlamento).

A che scopo parlare della Somalia? Luttwak non è così stupido da dire che Emergency sta pagando i terroristi…

No, è più sottile… Ha affermato che la presenza stessa di Emergency prolunga i tempi della guerra: perché avendo ospedali sia in territori controllati dalla NATO che in quelli “nemici”, può succedere che medici di Emergency curino dei talebani. E curare un ferito nemico, vuol dire che poi il nemico potrà tornare a combattere.

Alcune considerazioni.

Gino Strada ha fatto notare che Emergency ha curato 2 milioni e mezzo di afghani, e l’Afghanistan ha una popolazione di 32 milioni di abitanti (in pratica quasi ogni famiglia ha avuto un componente curato da Emergency).

Per quanto riguarda il curare feriti “nemici”, è stato molto categorico domenica sera a CheTempoCheFa: c’è un qualcosa definito diritto umano, le persone li hanno in quanto sono nate ed esistono. Tutti ne hanno diritto. C’è anche il diritto a essere curati. Sempre, comunque, dovunque.

Signor Luttwak, la guerra è già disumana. Cerchiamo di non scendere ancora più in basso… Se iniziamo con il dire che alcuni feriti non dovrebbero essere curati, chissà dove potremmo finire.

Dopo affermazioni come quelle di ieri sera, forse possiamo vedere sotto una nuova luce la dichiarazione di Gino Strada: “Ci vogliono fuori dall’Afghanistan, perché noi raccontiamo lo schifo della guerra, e ve lo facciamo vedere. Anche se loro non vogliono”…

10.04.2010

Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo Dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.

Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso.

IO STO CON EMERGENCY

http://www.emergency.it/

Firma l’appello!!

La notizia

25.03.2010

Cari bambini della Scuola Materna Piaget di Montecchio Maggiore (Vicenza), vi scrivo due righe con la presunzione che voi possiate tenerle nel cassetto del tavolo da cucina per rileggerle anche in futuro ad ogni cambio di stagione. Le scrivo non ai bambini che sono stati lasciati a pane e acqua per la sola colpa dei loro genitori di non aver soldi a sufficienza per pagare la retta della mensa scolastica, quanto agli altri. Ai figli dei ricchi. A quelli che, secondo quanto si è appreso dalla stampa, hanno condiviso le proprie vivande. Voi siete il solo esempio che emerge pulito e trasparente da questa vicenda. Siete l’unico modello che vogliamo consegnare al futuro. Per questo, a nome del mondo degli adulti, voglio ringraziarvi. Vi chiedo scusa della nostra cialtrona schiavitù alla ferrea legge del mercato secondo la quale la retta vale più dell’educazione da impartire e i soldi più delle persone. Finché siete in tempo, imparate altro da noi che non sia questa pessima lezione di vita.
Grazie per aver fatto comprendere – con un gesto piccolo e semplice – che se nel mondo tutti facessero come voi, non ci sarebbe più chi muore di fame.
Grazie perché avete restituito a tutti il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
“A chi sa fare la divisione, riesce bene anche la moltiplicazione” (don Tonino Bello).

Tonio Dell’Ollio

24 marzo 2010

A tutto c’è un limite. Si può utilizzare l’ironia anche su temi particolarmente gravi e complessi per renderli più leggeri. Si può esagerare con le promesse preelettorali. Persino può succedere di non riuscire a trovare l’equilibrio del buon senso scadendo nella goffaggine e nel ridicolo, ma purché non si manchi di rispetto agli interlocutori e agli avversari. Sabato scorso invece il limite è stato superato quando, al colmo dell’euforia, il leader del PDL dal palco di San Giovanni ha dichiarato testualmente:Vogliamo anche vincere il cancro che colpisce ogni anno 250mila italiani e che riguarda quasi due milioni di nostri cittadini”.
Davanti alla sofferenza delle persone che vivono il dramma della malattia che a volte è senza speranza, bisogna avere il coraggio di tacere se non si conoscono o non si sanno pronunciare le parole giuste per incoraggiare e consolare. Scadere nell’irrisione mai. È offensivo. Soprattutto da parte di chi ha deciso di tagliare anche i fondi per la ricerca. Le persone che vivono il cancro nella propria carne attendono le scuse. Almeno quelle!

Tonio Dell’Olio

Niente regali alle mafie:
i beni confiscati sono cosa nostra.

Qui è possibile leggere e firmare l’appello di don Ciotti presidente di Libera e del Gruppo Abele.

14.12.2009

Ecco perché l’emendamento alla Finanziaria che consente la vendita dei beni confiscati ai boss tradisce lo spirito e il dettato della legge sulla destinazione sociale dei patrimoni sottratti alle mafie. Elena Ciccarello lo spiega sull’ultimo numero di Narcomafie a giorni nelle librerie e nelle botteghe di Libera.

Parliamoci chiaro. L’emendamento alla finanziaria approvato in Senato lo scorso 13 novembre (relatore Maurizio Saia, Pdl), che introduce la possibilità di vendere i beni confiscati ai mafiosi, non rischia solo di essere un regalo alle cosche o una miope soluzione per fare cassa. È un vero e proprio colpo di spugna al lungo e faticoso percorso inaugurato con l’approvazione della legge di iniziativa popolare 109/96 che ha introdotto la possibilità di destinare i beni a scopi sociali.

Le ragioni sono semplici. Con questa norma possono essere destinati alla vendita tutti gli immobili confiscati ma non destinati entro 90 giorni (centottanta in caso di operazioni particolarmente complesse). Quindi, in buona sostanza, finirebbe all’asta tutto lo stock di beni che giace in disuso, ad oggi più di 3.000 immobili, cui si aggiungerebbero tutti quelli man mano in scadenza. Non è infatti un segreto che nella stragrande maggioranza dei casi, a causa dei mille impedimenti che intercorrono nella fase di destinazione – ipoteche e proprietà indivise sono le più diffuse – il termine dei 90 giorni sia di gran lunga superato. Facile allora prevedere le conseguenze. Gli ex proprietari cercheranno di rientrare in possesso dei loro immobili ricorrendo ad amici e prestanome. Lo fanno già adesso, figurarsi quando saranno messi all’asta. Dalla Sicilia al Piemonte, avvocati, commercialisti e amici degli amici si adoperano, intercedono, perché i beni tornino agli ex proprietari. I segnali sono molti. Da tempo a Polizzi Generosa, in Sicilia, sulle Madonie, è stata segnalata la pressione dei parenti di Michele Greco per riacquisire il feudo VerbumCaudo, 150 ettari di seminativo confiscato al loro congiunto e non ancora destinato a causa di un’ipoteca. Lo stesso avviene a Isola Capo Rizzuto (Kr) dove analoghi movimenti coinvolgono i patrimoni confiscati alla potente cosca degli Arena. Ma di esempi se ne potrebbero fare molti.
Se l’emendamento dovesse passare anche alla Camera finirebbero all’asta patrimoni dall’inestimabile valore economico e simbolico, come il castello del boss Pasquale Galasso sul lago d’Orta (No), con i suoi 60mila mq di parco, l’albergo confiscato a Enrico Nicoletti, banda della Magliana, del valore di 6 milioni di euro ma inagibile e gravato da ipoteca, o il prestigioso Hotel Astoria, confiscato a Giovanni Ienna a Palermo, più di 26 milioni di euro di valore, ma anch’esso occupato e gravato da ipoteca.

Da sempre i mafiosi mal digeriscono la confisca. Suonano ancora nelle orecchie le parole del vecchio boss Francesco Inzerillo, intercettato nel 2007 nel carcere di Torino mentre consigliava al nipote di lasciare l’Italia perché «non si può più lavorare» e con l’articolo 416bis «scatta il sequestro dei beni» e «cosa più brutta della confisca dei beni non c’è». Persino nel fantomatico papello, che conterrebbe l’elenco di richieste di Cosa nostra allo Stato per porre fine alla stagione delle stragi, si chiedeva la revisione della legge Rognoni-La Torre del 1982 che regola la confisca. Pio La Torre, ideatore della legge, capì l’importanza di sottrarre i beni ai clan e pagò con la vita la sua felice intuizione.
Ogni volta che un bene viene confiscato o destinato gli ex proprietari sfogano il loro disappunto vandalizzandolo. «Niente per noi, niente per nessuno» avevano sostenuto gli Schiavone quando il Demanio, nel 2002, entrò in possesso della loro azienda bufalina a Grazzanise (Ce). Distrussero i silos, fecero morire le bufale e bruciarono i depositi di foraggio. Il braccio di ferro tra gli ex proprietari e lo Stato arriva talvolta a inquinare la vita stessa delle amministrazioni. I comuni di Nicotera (Vv) e Canicattì (Ag) negli anni passati sono stati sciolti anche per questi motivi.

Ma poi, chi comprerebbe i patrimoni in vendita? In tempo di crisi le cosche sono le prime a disporre del denaro necessario a ricomprare ciò che era loro. Ed è irrealistica l’ipotesi di una vera concorrenza tra privati per l’acquisto. Chi correrebbe mai il rischio di sfidare la mafia per averne i beni? All’orizzonte si intravedono aste deserte e beni svenduti come nella stagione dei saldi.
Per evitare il ritorno dei patrimoni ai mafiosi l’emendamento presentato al Senato prevede l’intervento delle Prefetture affinché «i beni non siano acquistati, anche per interposta persona, dai soggetti cui furono confiscati». Ma dell’efficacia di questa specificazione non si dimostrano convinti neppure esponenti della stessa maggioranza, come l’onorevole Angela Napoli (ex An), che l’ha definita una “pia illusione”. Si rischia il paradosso per cui sia la mafia stessa a finanziare i Ministeri dell’Interno e della Giustizia, cui andrebbero divisi al 50% i proventi delle vendite. «Nessuno nega che ci possano essere delle eccezioni – ha spiegato il presidente di Libera, don Luigi Ciotti – ma se l’obiettivo è quello di recuperare risorse finanziarie strumenti già ce ne sono, a partire dal “Fondo unico giustizia” alimentato con i soldi “liquidi” sottratti alle attività criminali, di cui una parte deve essere destinata prioritariamente ai famigliari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia». Dal canto suo, il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano sostiene che la vendita resterebbe “un’ipotesi residuale” e “riguarderebbe solo quei beni che non riescono ad avere la destinazione sociale”, come “ruderi e terreni incolti”. Resta però un mistero il modo in cui si intendono velocizzare le procedure perché tutti gli altri beni, quelli di valore, siano destinati entro i limiti stabiliti, mentre resta inascoltata la richiesta di istituire un’Agenzia nazionale che si occupi di tutte le fasi di destinazione. Al momento i fatti dimostrano che a causa di ipoteche e impicci vari – ben noti ai boss – i beni non riescono ad essere assegnati, quindi per molti di essi l’unica prospettiva resterebbe la vendita. Con evidente danno alla credibilità dello Stato, che finirebbe per restituire ai clan ciò che magistratura e forze dell’ordine hanno faticosamente sottratto loro.

Intanto il tam tam è già partito. Sono diversi gli esponenti del Pdl che si sono espressi contro l’emendamento, sottoscrivendo un’interrogazione bipartisan per il suo ritiro. Tra i primi firmatari Walter Veltroni (Pd), Fabio Granata (vicepresidente della commissione antimafia, di area finiana), Ferdinando Adornato (Udc) Leoluca Orlando (Idv), Laura Garavini (Pd), e Mario Tassone (Udc). L’associazione Libera ha lanciato una raccolta firme che ha già raccolto 35mila adesioni e nella mattina del 24 novembre ha organizzato un’asta simbolica. Nella stessa direzione si è mossa Avviso Pubblico, la rete di 180 enti locali impegnati in azioni di prevenzione e contrasto all’infiltrazione mafiosa, mentre si moltiplicano gli ordini del giorno di Regioni, Province e Comuni contrari all’emendamento. Sono poi più di trecentosessanta i familiari di vittime di mafia che hanno sottoscritto una lettera indirizzata ai presidenti della Camera e della Commissione antimafia e ai capigruppo alla Camera.

Ma il punto è ancora un altro. Dicevamo che la norma è un colpo di spugna allo spirito della legge 109 del 1996, approvata all’unanimità dal parlamento e voluta da un milione di cittadini che ne firmarono la proposta. Legge che prevede la restituzione alla collettività di ciò che le è stato sottratto con la violenza e che ha consentito la nascita di tante importanti esperienze di riutilizzo sociale dei beni, tra cui le cooperative che oggi producono pasta, vino, olio e altri alimenti biologici sui terreni che furono di boss del calibro di Riina e Provenzano e che ha positivamente “contaminato” territori pesantemente segnati dal potere dei clan.
L’introduzione, in questi termini, di una norma che apre alla vendita indiscriminata dei beni sulla base di una scadenza temporale, glissa sul valore etico della loro restituzione alla società. Apre una frattura tra lo strumento repressivo e l’impegno culturale del contrasto alle mafie. Mette in contrapposizione le richieste legittime di fondi da parte dei comparti della sicurezza e della giustizia da un lato, e i percorsi di crescita sociale e culturale che dovrebbero accompagnare l’azione repressiva dall’altro. Ogni volta che un bene non sarà venduto si correrà il rischio di strumentalizzazioni, salterà fuori qualcuno pronto a leggere la destinazione sociale dei beni come uno sperpero di denaro, indicando invece come “più utile” il suo dirottamento sugli strumenti del contrasto “armato”: per finanziare la cattura di un nuovo latitante o per comprare nuove macchine alla polizia. L’approvazione di questa norma rischia di essere il primo passo per la chiusura di una stagione che ha fatto del coinvolgimento dei cittadini un credibile e significativo baluardo contro il consenso mafioso. Sappiamo tutti che la lotta alla criminalità organizzata passa anche, necessariamente, attraverso un cammino di crescita collettiva. Non è l’idea estemporanea di qualche associazione. Tutti ricordiamo le parole di Paolo Borsellino la notte in cui migliaia di fiaccole accesero il cielo di Palermo, a un mese dalla strage di Capaci: «La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà». La ripetono tutti, ad ogni celebrazione o anniversario. Speriamo la ricordi anche il Governo.

Elena Ciccarello

Emergency

http://www.emergency.it/

Emergency

http://www.emergency.it/

Perchè questo blog?

Per tenersi informati non sempre è sufficiente leggere giornali o guardare i tg. A volte può essere opportuno seguire anche canali di informazione "alternativa". Su Internet, infatti, moltissimi siti raccolgono notizie che permettono un’informazione veramente libera! Si può chiamare CONTROINFORMAZIONE, ma visto che non è contro nessuno (be', contro nessuno che voglia un'informazione libera...) preferisco chiamarla ALTRAINFORMAZIONE. E' a favore di tutti sapere un pochino di più circa come va il mondo... Cosa mi propongo di fare? In questo blog pubblico gli articoli/notizie/interviste/comunicati/editoriali/etc. che mi hanno colpito e che voglio tentare di diffondere. Oltre a questo c'è una newsletter e un gruppo su Facebook. Non ho grandi pretese... non sono e sarà uno di quei blogger che passano tutto il proprio tempo a cercare notizie e difendere la libertà di informazione andando a caccia di notizie... il blog nn sarà mai in cima alle classifiche... ma nn importa. Buona (ALTRA)INFORMAZIONE a tutti!!! (Aspetto i vostri commenti/idee/proposte/collaborazioni di tutti i tipi!!!)

ALTRAINFORMAZIONE

Caldendario

luglio: 2014
L M M G V S D
« apr    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

Blog Stats

  • 2,974 hits
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.