Pubblicato da: Benguitar90 su: 18 aprile 2010
Un bell’editoriale sulla situazione politica del Pdl, pubblicato su Libero.
Ci fosse un cane che, invece di fare la mera conta dei deputati e dei senatori, avesse anche voglia di discutere se le ragioni addotte al divorzio Fini-Berlusconi abbiano o no qualche fondamento, qualcuno che voglia cioè discutere la ripartizione dei torti e delle ragioni non soltanto sulla base dei rapporti di forza. A me, per esempio, non importa nulla del divorzio in sé, m’importa che probabilmente andrà a catafascio anche il banalissimo assunto secondo il quale il partito più grande del dopoguerra dovrebbe avere delle pluralità al proprio interno, quelle identità che corrispondono alle mille sfumature della società e la cui sintesi, un tempo, era il motore della politica. Detto in termini medici: Fini potrebbe aver torto nella terapia, e magari andarsi presto a schiantare: ma la sua diagnosi è proprio tutta sbagliata? Sicuri che i problemi da lui posti siano soltanto dei pretesti per reclamare fette più generose di potere?
È in tal senso che si può, secondo me, essere «finiani senza Fini», e guardare con simpatia al sommovimento che aveva creato: anche se non si aveva nulla a che spartire col suo retroterra culturale, col suo passato, con le sue metamorfosi. L’ampissimo centrodestra italiano, del resto, non è diviso solo tra berlusconiani e finiani, non porta soltanto i mocassini e le giacche berlusconiane in alternativa al maledetto «cachemire» che si tende a immaginare su chiunque appaia diverso dall’archetipo che ci piace.
Io non so se Fini corrisponda a un socialismo tricolore, a una destra europea o dei diritti o delle istituzioni; so che qualcosa però si muoveva, mentre dall’altra parte c’è Berlusconi e basta. C’è lui, che non è poco, ma oltre a lui ci sono solo i suoi yesmen, i suoi oligarchi eletti con voti di lista, il Porcellum, la selezione per casting, i pigia-bottoni del Parlamento, e tanta, troppa gente euforizzata dal potere e disposta perciò a sostenere ogni cosa e pronta a obiettare che «il popolo lo vuole», anche se magari non è vero, lo vuole tizio, lo vuole Caio, lo vuole la Lega, lo vuole il Vaticano. C’è Berlusconi e sempre sia lodato, ma, a strascico, c’è anche un partito con organismi fittizi, un ufficio di presidenza pressoché inesistente, una direzione nazionale mai convocata, nessuna discussione che faccia da base all’intuizione fulminea del leader. C’è un ex movimento liberale di massa che ha ceduto il posto a una linea clericale – per fare l’esempio più facile – la quale però non è mai stata deliberata, discussa, ufficialmente decisa. C’è una truppa in panico da ricollocazione che liquida con arroganza ogni dubbio vedendolo come debolezza, gente che in mancanza d’altro ha nella fedeltà a Berlusconi la sola stella polare. Quindici anni di elaborazione del centrodestra, nato con Berlusconi, hanno dato questo: Berlusconi. L’assioma contiene tutti i pregi e i difetti del caso.
Ma, ripeto, il centrodestra non è diviso soltanto tra finiani e berlusconiani: ce n’è anche una parte – ampia, laica anche quando cattolica – che è sempre stata al posto giusto e non ha neppure avuto bisogno di innovarsi, questo mentre altri, a destra e a sinistra, annegavano nella rispettiva brodaglia ideologica. È gente che votava il pentapartito e oggi vota PdL, non c’è dubbio: ma la loro, in mancanza d’altro, dopo 15 anni, resta una delega rilasciata pressoché in bianco. La sera, in televisione, vedono Sandro Bondi o Maurizio Gasparri e si chiedono se li rappresenti: non per antipatia, ma perché non ne possono più del ring e dell’eterno referendum su Berlusconi. Forse, chissà: tra loro ci sono anche i tanti o tantissimi che alle regionali non sono andati a votare.
Molti berlusconiani non pensano che ci sia un universo a nome del quale Gianfranco Fini ha costruito un potere: pensano che ci sia un’aspirazione di potere dietro la quale Fini ha costruito un finto universo. E tutto può essere, la decrittazione immaginifica dei finiani – fatta perlopiù da sinistra – non mi entusiasma: ma i finiani esistono, come tanti altri, ed esistono a fronte di un PdL che doveva o poteva essere, date le sue dimensioni, come un crogiolo: ma che nei fatti, come si è visto, non fonde, bensì scarta, seleziona, esclude a seconda delle stagioni. In questa stagione il PdL sta appaltando la propria identità a chi ha il merito di averne una: la Lega. È la cosa migliore? Può darsi anche questo. Ma domani?
In attesa di saperlo, il PdL è un partito plebiscitario con venature populiste. Lo è perché lo si vuole così. Non ha un progetto per cui chiede voti, ma chiede voti per elaborare un progetto. Meno male che Silvio c’è. Meno male che Tremonti c’è. Eccetera. Questo non piace a tutti, e Fini su questo sfondo è divenuto il reagente di tutte le contraddizioni, lo sfiatatoio di apnee che forse duravano da troppo tempo. A molti interessa solo fare la conta, a me interessa che l’ennesima identità, quale che sia, andrà probabilmente annacquata. È davvero un peccato.
Filippo Facci
Pubblicato da: Benguitar90 su: 16 aprile 2010
Puntata accesa ieri sera ad Annozero… Il ministro della difesa La Russa che accusa Gino Strada di aver messo in difficoltà i tre italiani con le sue dichiarazioni; poi cerca di mettergli in bocca apologie del terrorismo o altre affermazioni quanto meno curiose… insomma, non ha capito un tubo.
Strano, perchè Gino Strada è stato molto comprensibile: ha semplicemente affermato che secondo lui ogni atto di violenza è terrorismo; ha citato Einstein che affermava che la guerra non può essere giusta, o umanizzata, perchè è solo uno schifo. Cosa c’è di difficile da capire in questo?
Ma il meglio è arrivato da Edward Luttwak, economista, saggista, politologo.
Ha parlato di episodi accaduti in Somalia, in cui delle ONG, pur di aiutare la popolazione civile, pagavano i miliziani per avere campo libero negli aiuti, e in questo modo finanziavano il conflitto.
Mannaggia, queste ONG, come son preoccupanti!! Il problema è che non sono sotto il controllo governativo, non c’è un parlamento che possa controllare il loro operato, sono potenzialmente pericolose! Ovviamente le ONG sono molto più pericolose delle compagnie militari private (come la Blackwater) – in pratica dei mercenari – che sono state assunte in Afghanistan e in Iraq, e non si sa bene sotto quale controllo siano (anche loro senza l’obbligo di riferire a un parlamento).
A che scopo parlare della Somalia? Luttwak non è così stupido da dire che Emergency sta pagando i terroristi…
No, è più sottile… Ha affermato che la presenza stessa di Emergency prolunga i tempi della guerra: perchè avendo ospedali sia in territori controllati dalla NATO che in quelli “nemici”, può succedere che medici di Emergency curino dei talebani. E curare un ferito nemico, vuol dire che poi il nemico potrà tornare a combattere.
Alcune considerazioni.
Gino Strada ha fatto notare che Emergency ha curato 2 milioni e mezzo di afghani, e l’Afghanistan ha una popolazione di 32 milioni di abitantiv (in pratica quasi ogni famiglia ha avuto un componente curato da Emergency).
Per quanto riguarda il curare feriti “nemici”, è stato molto categorico domenica sera a CheTempoCheFa: c’è un qualcosa definito diritto umano, le persone li hanno in quanto sono nate ed esistono. Tutti ne hanno diritto. C’è anche il diritto a essere curati. Sempre, comunque, dovunque.
Signor Luttwak, la guerra è già disumana. Cerchiamo di non scendere ancora più in basso… Se iniziamo con il dire che alcuni feriti non dovrebbero essere curati, chissà dove potremmo finire.
Dopo affermazioni come quelle di ieri sera, forse possiamo vedere sotto una nuova luce la dichiarazione di Gino Strada: “Ci vogliono fuori dall’Afghanistan, perchè noi raccontiamo lo schifo della guerra, e ve lo facciamo vedere. Anche se loro non vogliono”…
Pubblicato da: Benguitar90 su: 12 aprile 2010
Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo Dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.
Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso.
IO STO CON EMERGENCY
Pubblicato da: Benguitar90 su: 26 marzo 2010
Cari bambini della Scuola Materna Piaget di Montecchio Maggiore (Vicenza), vi scrivo due righe con la presunzione che voi possiate tenerle nel cassetto del tavolo da cucina per rileggerle anche in futuro ad ogni cambio di stagione. Le scrivo non ai bambini che sono stati lasciati a pane e acqua per la sola colpa dei loro genitori di non aver soldi a sufficienza per pagare la retta della mensa scolastica, quanto agli altri. Ai figli dei ricchi. A quelli che, secondo quanto si è appreso dalla stampa, hanno condiviso le proprie vivande. Voi siete il solo esempio che emerge pulito e trasparente da questa vicenda. Siete l’unico modello che vogliamo consegnare al futuro. Per questo, a nome del mondo degli adulti, voglio ringraziarvi. Vi chiedo scusa della nostra cialtrona schiavitù alla ferrea legge del mercato secondo la quale la retta vale più dell’educazione da impartire e i soldi più delle persone. Finché siete in tempo, imparate altro da noi che non sia questa pessima lezione di vita.
Grazie per aver fatto comprendere – con un gesto piccolo e semplice – che se nel mondo tutti facessero come voi, non ci sarebbe più chi muore di fame.
Grazie perché avete restituito a tutti il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
“A chi sa fare la divisione, riesce bene anche la moltiplicazione” (don Tonino Bello).
Tonio Dell’Ollio
Pubblicato da: Benguitar90 su: 24 marzo 2010
A tutto c’è un limite. Si può utilizzare l’ironia anche su temi particolarmente gravi e complessi per renderli più leggeri. Si può esagerare con le promesse preelettorali. Persino può succedere di non riuscire a trovare l’equilibrio del buon senso scadendo nella goffaggine e nel ridicolo, ma purché non si manchi di rispetto agli interlocutori e agli avversari. Sabato scorso invece il limite è stato superato quando, al colmo dell’euforia, il leader del PDL dal palco di San Giovanni ha dichiarato testualmente: “Vogliamo anche vincere il cancro che colpisce ogni anno 250mila italiani e che riguarda quasi due milioni di nostri cittadini”.
Davanti alla sofferenza delle persone che vivono il dramma della malattia che a volte è senza speranza, bisogna avere il coraggio di tacere se non si conoscono o non si sanno pronunciare le parole giuste per incoraggiare e consolare. Scadere nell’irrisione mai. È offensivo. Soprattutto da parte di chi ha deciso di tagliare anche i fondi per la ricerca. Le persone che vivono il cancro nella propria carne attendono le scuse. Almeno quelle!
Tonio Dell’Olio
Pubblicato da: Benguitar90 su: 18 dicembre 2009
Il discorso del Nobel per la Pace a Oslo: Obama ha detto che a volte la guerra è strumento per la pace.
Ma Bobbio affermava: "La guerra è l’antitesi del diritto: non fa vincere chi ha ragione, ma dà ragione a chi vince". E Kant: "La guerra è un male perché fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo".
Il discorso di Obama a Oslo è una sfida alta alla cultura nonviolenta, che vuole costruire pace giusta ripudiando il mezzo della guerra.
Obama ha detto che a volte la guerra è strumento per la pace; che esiste una guerra "giusta" come questa in Afghanistan; che un movimento nonviolento non avrebbe mai sconfitto Hitler; che c’è differenza tra una guerra scelta e una guerra imposta dalla necessità.
Sono arcinoti luoghi comuni del “realismo” non volgarmente guerrafondaio, ma neppure determinato a “salvare le future generazioni dal flagello della guerra” (prime parole del Preambolo dello Statuto dell’Onu), dopo il terribile Novecento.
In sintesi telegrafica, possiamo dire (cioè ripetere):
- La guerra può eliminare un potere violento, ma affida sempre la decisione alla forza delle armi, non alle ragioni del diritto. Armi e diritto possono coincidere per caso, non per loro natura. "La guerra è l’antitesi del diritto: non fa vincere chi ha ragione, ma dà ragione a chi vince" (Norberto Bobbio). "La guerra è un male perché fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo" (Immanuel Kant). La guerra consacra le ragioni stesse della violenza che vuole combattere, perché la imita e la riproduce.
- Chi arriva tardi perde il treno. La cultura politica democratica e nonviolenta avrebbe potuto evitare Hitler e poi sbalzarlo democraticamente dal potere se fosse stata difesa e diffusa molto per tempo nell’animo popolare e nelle istituzioni. E’ in anticipo che si deve combattere la tirannia. La guerra arriva sempre in ritardo. La vittoria in guerra è sempre pregna di nuova violenza. La vittoria su Hitler ci ha dato l’incombente universale morte atomica.
- Questa condanna storica vale anche per la risposta bellica degli Usa al clamoroso attacco dell’11 settembre, contraccolpo ingiustificabile di una secolare ingiustificabile violenza dell’occidente verso il mondo esterno, di cui la rinascita islamica sente l’offesa e in qualche sua componente reagisce con ingiustificabile violenza.
- Va riconosciuto, tuttavia, il caso estremo e tragico in cui si ha il "dovere di uccidere" (parole di Gandhi) chi sta sistematicamente uccidendo altri, se davvero non c’è nessun altro modo di fermarlo. Ma il tirannicidio per necessità estrema non è la guerra, che è violenza estesa, sistematica, indiscriminata, che sempre colpisce i popoli assai più dei tiranni, con immensa ingiustizia, anche ora in Afghanistan. Anche la corretta azione di polizia (statale o internazionale) non è guerra: la polizia tende a ridurre la violenza, la guerra tende ad accrescerla per imporsi sul più debole. Per vincere in guerra bisogna diventare più violenti del nemico (avverte Gandhi).
- La guerra è assai più utile ai criminali fabbricanti e trafficanti delle armi omicide, che non ai popoli che essa vorrebbe liberare e difendere. Inoltre, tutti i popoli potrebbero difendersi da soli con l’arma nonviolenta della estesa disobbedienza civile ai poteri violenti, perché ogni potere consiste in definitiva soltanto nell’essere obbedito (Etienne de la Boétie; Gene Sharp). Ciò sarebbe possibile se la cultura della pace e della giustizia avesse voci e mezzi per diffondere (più di quanto già faccia con pochissimi mezzi) la conoscenza di questo diritto e possibilità dei popoli. In generale, i governi impediscono la conoscenza di questi mezzi di difesa popolare nonviolenta, perché, anche se eletti democraticamente, non vogliono che i popoli abbiano reale possibilità di controllo sulla loro azione e potere.
- La democrazia, come reale potere popolare, non è affatto facile. E’ più facile obbedire a un capo. I popoli non sono fatti interamente di santi e onesti. I vizi dei potenti sono latenti nell’umanità comune. Se cala la vigilanza etico-civile, le democrazie degenerano in autoritarismi, come accade ora drammaticamente e orribilmente in Italia. Kant dice: non occorre che i cittadini siano angeli, basta che siano “diavoli intelligenti”; cioè, nonostante i vizi umani, la conoscenza e l’intelligenza possono portare a ridurre o eliminare le maggiori cause di sofferenza e ingiustizia, come è la guerra, presunta e falsa soluzione dei più gravi conflitti. L’umanità procede in civiltà se sa immaginare e istituire metodi più umani nelle relazioni difficili. Questo è il compito della cultura politica popolare, democratica. I governanti valgono e meritano riconoscimenti nella precisa misura in cui non impediscono, ma rispettano e promuovono questa umanizzazione.
Pubblicato da: Benguitar90 su: 15 dicembre 2009
CONTRO LA VIOLENZA PER LA LIBERTA’
di Ezio Mauro
Hanno colpito Berlusconi. L’immagine del volto del Premier trasformato in una maschera di sangue raggiunge tutti noi con la sua carica di violenza. Con la follia che trasforma un uomo in simbolo da abbattere ad ogni costo e con ogni mezzo, e la persona che diventa un bersaglio fisico. Il film drammatico di piazza Duomo farà il giro del mondo, testimoniando il degrado dello scontro politico in Italia. Ma per una volta, non è questo che conta. Conta l’effetto su ognuno di noi, sul Paese, sul sistema politico.
Amici e avversari, sostenitori e oppositori oggi devono essere solidali con il premier – come siamo noi – e senza alcun distinguo, nel momento in cui è un uomo colpito dalla violenza. E devono fare muro contro l’insania di questo gesto, prima di tutto perché è gravissimo in sé e poi perché può incubare una stagione tragica che abbiamo già sperimentato, negli anni peggiori della nostra vita.
Solo così la politica (che la violenza vuole ammutolire) può salvarsi, ritrovando il suo spazio e la sua autonomia, nella quale è compreso il confronto durissimo tra maggioranza e opposizione e anche lo scontro di opinioni, programmi e strategie. Ma distinguendo, sempre, tra le critiche e l’odio, tra il contrasto d’idee e la violenza, tra le funzioni e le persone.
Anche se il gesto di piazza Duomo è fortunatamente isolato e frutto di follia, in gioco c’è niente meno che la libertà. La libertà di Berlusconi di dispiegare le sue politiche e le sue idee coincide con la nostra stessa libertà di criticarlo. Questo spazio di libertà si chiama democrazia: difendiamola.
Pubblicato da: Benguitar90 su: 7 ottobre 2009
L’assoluzione di Bossi per aver incitato a imbracciare le armi
Ci sono sentenze che fanno notizia, come quella che impone a Fininvest di pagare 750 milioni per la vicenda del lodo Mondadori. Ci sono sentenze, o decisioni, che faranno notizia tra qualche ora, come quella della Corte Costituzionale sul lodo Alfano. No, non mi riferisco a queste.
Voglio dire un mio parere su una piccola sentenza dello scorso 2 ottobre, di un piccolo tribunale come quello di Verbania. C’è anche un motivo diciamo… sentimentale. In quella stessa aula dove il sottoscritto, con altri due amici, ha avuto un processo penale il 4 giugno 1991 – accusati e assolti ! – per aver invitato all’obiezione di coscienza alle spese militari, è stato processato – e assolto! – nientemeno che il Ministro Umberto Bossi. Non posso che complimentarmi oltre che con il Ministro anche con il Sostituto Procuratore che ha voluto sottolineare la gravità delle parole di Bossi, pronunciate a Verbania durante un comizio nel 2008, sulla possibilità di “imbracciare i fucili per cacciare la canaglia romana”. Non conosco le motivazioni della sentenza. Ne prendo atto, con rispetto ovviamente. Resta però qualcosa che va oltre alla sentenza: il valore culturale, “educativo” o “diseducativo” di quanto affermato dal Ministro: che tutto venga preso come una battuta, come spesso dicono i suoi amici: “Ma sì, dai si sa, Bossi scherza”, “è un modo di dire…”, ecco allora che diventa accettabile nel linguaggio, e quindi tollerata e accettata nel pensiero comune (e non mi riferisco più solo a Bossi ma un po’ a tutti noi) la battuta razzista, la frase contro una donna, le battuta sul non pagare le tasse… e così via. L’elenco sarebbe lungo fino ad arrivare al dio Po, alle radici cristiane, alla difesa dei crocifissi (di legno) ma non delle persone in carne e ossa.
Se un ministro può permettersi di minacciare l’uso dei fucili, allora anche il cittadino può permettersi di dire tutto, se il modello è questo. E, infatti, abbiamo una cultura razzista in aumento (e le leggi ratificano e rafforzano questo modo di pensare). Abbiamo un cultura dell’illegalità, del furto e della disonestà, ratificati poi da una legge come lo scudo fiscale che premia i furbi, ladri e disonesti, garantendo pure l’anonimato.
Al di là delle sentenze, che vanno sempre rispettate, resta quindi, dopo questa sentenza di Verbania passata quasi nel silenzio, il problema educativo e morale. Che va ben oltre l’aula di un Tribunale. Il rischio, reale, è che si faccia sempre più strada quello che con profonda amarezza commentavano i miei nonni, molti anni fa, di fronte dall’andazzo generale: “Non è più peccato rubare. È peccato farsi prendere”.
Renato Sacco
Pubblicato da: Benguitar90 su: 5 ottobre 2009
Senza commenti. Fate girare, per favore.
Questa è la città dove la vita dei bambini vale meno di zero. La ‘ndrangheta li uccide, così, per caso, perché si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Quell’impasto maleodorante di speculazione, malapolitica e indifferenza che governa tante cose della Calabria, li avvelena. Rino Gaetano non canta più. Qui il "cielo non è sempre più blu". Perché l’aria, la terra, le strade, le scuole sono state avvelenate dai rifiuti della "PertusolaSud". Montagne nere di ferraglia mista a cadmio, zinco, arsenico, che la voracità dei dirigenti della fabbrica ha trasformato in materiale da vendere al miglior offerente. La burocrazia e i ministri, anche quelli che negli anni si sono proclamati difensori della salute e dell’ambiente, sono stati distratti, i costruttori hanno ritenuto vantaggioso il prezzo.
E così che a via Marinella un intero piazzale è stato tirato su con il "Cubilot". Non è il nome di un cartone animato di nuova generazione, ma quello di una miscela di zinco e altri veleni. Chi ne viene a contatto rischia malattie gravi. Ma ci vorranno anni, avverte il professor Sebastiano Andò, per valutare i danni sull’organismo. Su quel piazzale c’è un istituto tecnico. È chiuso. Come chiusa è la scuola elementare San Francesco. A Crotone, chi doveva si è accorto del pericolo solo dopo anni. C’era anche un’inchiesta aperta, ma prendeva polvere negli scaffali della procura dal 1998. Solo dieci anni dopo un giovane pm, Pierpaolo Bruni, ha tolto la polvere, ha riaperto i faldoni e ha scoperchiato il bubbone di "Black Mountain". La città trema, le famiglie dei bambini e dei ragazzi vivono nel terrore. Ci sono morti e malattie sospette.
Abbiamo parlato coni genitori dei bambini colpiti. Ne raccontiamo le storie evitando, per motivi di privacy e di semplice umanità, di indicare i nomi. Il bambino E frequentava la materna alla Scuola San Francesco. A tre anni comincia a lamentare forti dolori alla pancia. Una visita dal pediatra, il ricovero all’ospedale cittadino, i medici che non capiscono. Lo portano a Trieste. Qui la diagnosi. Dura, difficile da leggere e da capire: tumore botroide alle vie biliari. "Ma dove abitate, vicino a una discarica?" Allado manda degli specialisti, i genitori di F. rimangono allibiti. Il bambino porta sul corpo i segni delle quattro operazioni subite. Il pallore del viso racconta delle lunghe sedute di chemioterapia. Dovrà sottoporsi a visite ogni quattro mesi e solo nel 2012 potrà essere dichiarato definitivamente fuori pericolo. I genitori, entrambi disoccupati, continueranno la loro via crucis verso Trieste. Il bambino G. è stato meno fortunato. È morto. La vita divorata da una "leucemia mieloide acuta". Abitava con la sua famiglia a Bernabò, una lunga strada costruita col Cubilot. Era uno dei tanti cantieri che dirigenti della Pertusola, costruttori con pochi scrupoli e tanto pelo sullo stomaco, hanno trasformato in discariche abusive. Quante tonnellate di veleno sono finite interrate sotto strade, scuole, palazzi della città di Crotone?
Non è ancora possibile fare un calcolo. Il pm Bruni ha valutato che nei depositi dell’azienda erano stoccati non meno di 200.000 metri cubi di materiale, qualcosa come 400.000 tonnellate. Questo fino al 1996. E le montagne di veleni dei decenni precedenti, che fine hanno fatto, quali metastasi hanno già provocato nel corpo della città? Il dottor Francesco Rocca è il responsabile del servizio prevenzione, igiene e sicurezza della Azienda sanitaria. "La montagna di detriti prodotta dalla Pertusola era ammassata nei piazzati della fabbrica. È stata per decenni, fin dagli anni Venti, esposta al vento, alla pioggia. Quali danni sono stati provocati alla catena alimentare, alla salute dell’intera cittadinanza? Sono interrogativi ai quali potremo rispondere solo dopo una lunga indagine retrospettiva iniziando dagli operai che hanno lavorato nello stabilimento e dai loro familiari. Noi abbiamo bisogno di un centro epidemiologico che studi per anni l’incidenza delle varie patologie".
Rossella Vazzano è una mamma e rappresenta il comitato dei genitori dei bambini che hanno frequentato la scuola San Francesco. "E’ uno schifo, siamo stati informati dai giornali locali. Ora, però, vogliamo sapere tutto. Devono rendere note le analisi, che si faccia uno screening su tutti coloro che a vario titolo, insegnanti, operatori, genitori, hanno frequentato quella maledetta scuola. Vogliamo la verità".
Crotone, dove la vita dei bambini vale meno di zero. Sui muri sono ancora freschi i manifesti listati di nero che annunciano la morte di Domenico, 11 anni, colpito a giugno dai proiettili di un killer di mafia. Stava giocando a calcetto col papà. Gaia, 5 anni, sta lottando tra la vita e la morte in ospedale. Le spararono in testa i killer di suo padre. Luca Megna, di professione mafioso.
Enrico Fierro
(Ha collaborato Rossana Caccavo)
Commenti recenti