ALTRAINFORMAZIONE

BENI CONFISCATI: SALDI DI FINE STAGIONE?

Pubblicato da: Benguitar90 su: 20 dicembre 2009

Niente regali alle mafie:
i beni confiscati sono cosa nostra.

Qui è possibile leggere e firmare l’appello di don Ciotti presidente di Libera e del Gruppo Abele.

14.12.2009

Ecco perché l’emendamento alla Finanziaria che consente la vendita dei beni confiscati ai boss tradisce lo spirito e il dettato della legge sulla destinazione sociale dei patrimoni sottratti alle mafie. Elena Ciccarello lo spiega sull’ultimo numero di Narcomafie a giorni nelle librerie e nelle botteghe di Libera.

Parliamoci chiaro. L’emendamento alla finanziaria approvato in Senato lo scorso 13 novembre (relatore Maurizio Saia, Pdl), che introduce la possibilità di vendere i beni confiscati ai mafiosi, non rischia solo di essere un regalo alle cosche o una miope soluzione per fare cassa. È un vero e proprio colpo di spugna al lungo e faticoso percorso inaugurato con l’approvazione della legge di iniziativa popolare 109/96 che ha introdotto la possibilità di destinare i beni a scopi sociali.

Le ragioni sono semplici. Con questa norma possono essere destinati alla vendita tutti gli immobili confiscati ma non destinati entro 90 giorni (centottanta in caso di operazioni particolarmente complesse). Quindi, in buona sostanza, finirebbe all’asta tutto lo stock di beni che giace in disuso, ad oggi più di 3.000 immobili, cui si aggiungerebbero tutti quelli man mano in scadenza. Non è infatti un segreto che nella stragrande maggioranza dei casi, a causa dei mille impedimenti che intercorrono nella fase di destinazione – ipoteche e proprietà indivise sono le più diffuse – il termine dei 90 giorni sia di gran lunga superato. Facile allora prevedere le conseguenze. Gli ex proprietari cercheranno di rientrare in possesso dei loro immobili ricorrendo ad amici e prestanome. Lo fanno già adesso, figurarsi quando saranno messi all’asta. Dalla Sicilia al Piemonte, avvocati, commercialisti e amici degli amici si adoperano, intercedono, perché i beni tornino agli ex proprietari. I segnali sono molti. Da tempo a Polizzi Generosa, in Sicilia, sulle Madonie, è stata segnalata la pressione dei parenti di Michele Greco per riacquisire il feudo VerbumCaudo, 150 ettari di seminativo confiscato al loro congiunto e non ancora destinato a causa di un’ipoteca. Lo stesso avviene a Isola Capo Rizzuto (Kr) dove analoghi movimenti coinvolgono i patrimoni confiscati alla potente cosca degli Arena. Ma di esempi se ne potrebbero fare molti.
Se l’emendamento dovesse passare anche alla Camera finirebbero all’asta patrimoni dall’inestimabile valore economico e simbolico, come il castello del boss Pasquale Galasso sul lago d’Orta (No), con i suoi 60mila mq di parco, l’albergo confiscato a Enrico Nicoletti, banda della Magliana, del valore di 6 milioni di euro ma inagibile e gravato da ipoteca, o il prestigioso Hotel Astoria, confiscato a Giovanni Ienna a Palermo, più di 26 milioni di euro di valore, ma anch’esso occupato e gravato da ipoteca.

Da sempre i mafiosi mal digeriscono la confisca. Suonano ancora nelle orecchie le parole del vecchio boss Francesco Inzerillo, intercettato nel 2007 nel carcere di Torino mentre consigliava al nipote di lasciare l’Italia perché «non si può più lavorare» e con l’articolo 416bis «scatta il sequestro dei beni» e «cosa più brutta della confisca dei beni non c’è». Persino nel fantomatico papello, che conterrebbe l’elenco di richieste di Cosa nostra allo Stato per porre fine alla stagione delle stragi, si chiedeva la revisione della legge Rognoni-La Torre del 1982 che regola la confisca. Pio La Torre, ideatore della legge, capì l’importanza di sottrarre i beni ai clan e pagò con la vita la sua felice intuizione.
Ogni volta che un bene viene confiscato o destinato gli ex proprietari sfogano il loro disappunto vandalizzandolo. «Niente per noi, niente per nessuno» avevano sostenuto gli Schiavone quando il Demanio, nel 2002, entrò in possesso della loro azienda bufalina a Grazzanise (Ce). Distrussero i silos, fecero morire le bufale e bruciarono i depositi di foraggio. Il braccio di ferro tra gli ex proprietari e lo Stato arriva talvolta a inquinare la vita stessa delle amministrazioni. I comuni di Nicotera (Vv) e Canicattì (Ag) negli anni passati sono stati sciolti anche per questi motivi.

Ma poi, chi comprerebbe i patrimoni in vendita? In tempo di crisi le cosche sono le prime a disporre del denaro necessario a ricomprare ciò che era loro. Ed è irrealistica l’ipotesi di una vera concorrenza tra privati per l’acquisto. Chi correrebbe mai il rischio di sfidare la mafia per averne i beni? All’orizzonte si intravedono aste deserte e beni svenduti come nella stagione dei saldi.
Per evitare il ritorno dei patrimoni ai mafiosi l’emendamento presentato al Senato prevede l’intervento delle Prefetture affinché «i beni non siano acquistati, anche per interposta persona, dai soggetti cui furono confiscati». Ma dell’efficacia di questa specificazione non si dimostrano convinti neppure esponenti della stessa maggioranza, come l’onorevole Angela Napoli (ex An), che l’ha definita una “pia illusione”. Si rischia il paradosso per cui sia la mafia stessa a finanziare i Ministeri dell’Interno e della Giustizia, cui andrebbero divisi al 50% i proventi delle vendite. «Nessuno nega che ci possano essere delle eccezioni – ha spiegato il presidente di Libera, don Luigi Ciotti – ma se l’obiettivo è quello di recuperare risorse finanziarie strumenti già ce ne sono, a partire dal “Fondo unico giustizia” alimentato con i soldi “liquidi” sottratti alle attività criminali, di cui una parte deve essere destinata prioritariamente ai famigliari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia». Dal canto suo, il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano sostiene che la vendita resterebbe “un’ipotesi residuale” e “riguarderebbe solo quei beni che non riescono ad avere la destinazione sociale”, come “ruderi e terreni incolti”. Resta però un mistero il modo in cui si intendono velocizzare le procedure perché tutti gli altri beni, quelli di valore, siano destinati entro i limiti stabiliti, mentre resta inascoltata la richiesta di istituire un’Agenzia nazionale che si occupi di tutte le fasi di destinazione. Al momento i fatti dimostrano che a causa di ipoteche e impicci vari – ben noti ai boss – i beni non riescono ad essere assegnati, quindi per molti di essi l’unica prospettiva resterebbe la vendita. Con evidente danno alla credibilità dello Stato, che finirebbe per restituire ai clan ciò che magistratura e forze dell’ordine hanno faticosamente sottratto loro.

Intanto il tam tam è già partito. Sono diversi gli esponenti del Pdl che si sono espressi contro l’emendamento, sottoscrivendo un’interrogazione bipartisan per il suo ritiro. Tra i primi firmatari Walter Veltroni (Pd), Fabio Granata (vicepresidente della commissione antimafia, di area finiana), Ferdinando Adornato (Udc) Leoluca Orlando (Idv), Laura Garavini (Pd), e Mario Tassone (Udc). L’associazione Libera ha lanciato una raccolta firme che ha già raccolto 35mila adesioni e nella mattina del 24 novembre ha organizzato un’asta simbolica. Nella stessa direzione si è mossa Avviso Pubblico, la rete di 180 enti locali impegnati in azioni di prevenzione e contrasto all’infiltrazione mafiosa, mentre si moltiplicano gli ordini del giorno di Regioni, Province e Comuni contrari all’emendamento. Sono poi più di trecentosessanta i familiari di vittime di mafia che hanno sottoscritto una lettera indirizzata ai presidenti della Camera e della Commissione antimafia e ai capigruppo alla Camera.

Ma il punto è ancora un altro. Dicevamo che la norma è un colpo di spugna allo spirito della legge 109 del 1996, approvata all’unanimità dal parlamento e voluta da un milione di cittadini che ne firmarono la proposta. Legge che prevede la restituzione alla collettività di ciò che le è stato sottratto con la violenza e che ha consentito la nascita di tante importanti esperienze di riutilizzo sociale dei beni, tra cui le cooperative che oggi producono pasta, vino, olio e altri alimenti biologici sui terreni che furono di boss del calibro di Riina e Provenzano e che ha positivamente “contaminato” territori pesantemente segnati dal potere dei clan.
L’introduzione, in questi termini, di una norma che apre alla vendita indiscriminata dei beni sulla base di una scadenza temporale, glissa sul valore etico della loro restituzione alla società. Apre una frattura tra lo strumento repressivo e l’impegno culturale del contrasto alle mafie. Mette in contrapposizione le richieste legittime di fondi da parte dei comparti della sicurezza e della giustizia da un lato, e i percorsi di crescita sociale e culturale che dovrebbero accompagnare l’azione repressiva dall’altro. Ogni volta che un bene non sarà venduto si correrà il rischio di strumentalizzazioni, salterà fuori qualcuno pronto a leggere la destinazione sociale dei beni come uno sperpero di denaro, indicando invece come “più utile” il suo dirottamento sugli strumenti del contrasto “armato”: per finanziare la cattura di un nuovo latitante o per comprare nuove macchine alla polizia. L’approvazione di questa norma rischia di essere il primo passo per la chiusura di una stagione che ha fatto del coinvolgimento dei cittadini un credibile e significativo baluardo contro il consenso mafioso. Sappiamo tutti che la lotta alla criminalità organizzata passa anche, necessariamente, attraverso un cammino di crescita collettiva. Non è l’idea estemporanea di qualche associazione. Tutti ricordiamo le parole di Paolo Borsellino la notte in cui migliaia di fiaccole accesero il cielo di Palermo, a un mese dalla strage di Capaci: «La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà». La ripetono tutti, ad ogni celebrazione o anniversario. Speriamo la ricordi anche il Governo.

Elena Ciccarello

LA GUERRA PUO’ ESSERE UNO STRUMENTO DI PACE?

Pubblicato da: Benguitar90 su: 18 dicembre 2009

Il discorso del Nobel per la Pace a Oslo: Obama ha detto che a volte la guerra è strumento per la pace.

Ma Bobbio affermava: "La guerra è l’antitesi del diritto: non fa vincere chi ha ragione, ma dà ragione a chi vince". E Kant: "La guerra è un male perché fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo".

12.12.2009

di Enrico Peyretti

Il discorso di Obama a Oslo è una sfida alta alla cultura nonviolenta, che vuole costruire pace giusta ripudiando il mezzo della guerra.

Obama ha detto che a volte la guerra è strumento per la pace; che esiste una guerra "giusta" come questa in Afghanistan; che un movimento nonviolento non avrebbe mai sconfitto Hitler; che c’è differenza tra una guerra scelta e una guerra imposta dalla necessità.

Sono arcinoti luoghi comuni del “realismo” non volgarmente guerrafondaio, ma neppure determinato a “salvare le future generazioni dal flagello della guerra” (prime parole del Preambolo dello Statuto dell’Onu), dopo il terribile Novecento.

In sintesi telegrafica, possiamo dire (cioè ripetere):

- La guerra può eliminare un potere violento, ma affida sempre la decisione alla forza delle armi, non alle ragioni del diritto. Armi e diritto possono coincidere per caso, non per loro natura. "La guerra è l’antitesi del diritto: non fa vincere chi ha ragione, ma dà ragione a chi vince" (Norberto Bobbio). "La guerra è un male perché fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo" (Immanuel Kant). La guerra consacra le ragioni stesse della violenza che vuole combattere, perché la imita e la riproduce.

- Chi arriva tardi perde il treno. La cultura politica democratica e nonviolenta avrebbe potuto evitare Hitler e poi sbalzarlo democraticamente dal potere se fosse stata difesa e diffusa molto per tempo nell’animo popolare e nelle istituzioni. E’ in anticipo che si deve combattere la tirannia. La guerra arriva sempre in ritardo. La vittoria in guerra è sempre pregna di nuova violenza. La vittoria su Hitler ci ha dato l’incombente universale morte atomica.

- Questa condanna storica vale anche per la risposta bellica degli Usa al clamoroso attacco dell’11 settembre, contraccolpo ingiustificabile di una secolare ingiustificabile violenza dell’occidente verso il mondo esterno, di cui la rinascita islamica sente l’offesa e in qualche sua componente reagisce con ingiustificabile violenza.

- Va riconosciuto, tuttavia, il caso estremo e tragico in cui si ha il "dovere di uccidere" (parole di Gandhi) chi sta sistematicamente uccidendo altri, se davvero non c’è nessun altro modo di fermarlo. Ma il tirannicidio per necessità estrema non è la guerra, che è violenza estesa, sistematica, indiscriminata, che sempre colpisce i popoli assai più dei tiranni, con immensa ingiustizia, anche ora in Afghanistan. Anche la corretta azione di polizia (statale o internazionale) non è guerra: la polizia tende a ridurre la violenza, la guerra tende ad accrescerla per imporsi sul più debole. Per vincere in guerra bisogna diventare più violenti del nemico (avverte Gandhi).

- La guerra è assai più utile ai criminali fabbricanti e trafficanti delle armi omicide, che non ai popoli che essa vorrebbe liberare e difendere. Inoltre, tutti i popoli potrebbero difendersi da soli con l’arma nonviolenta della estesa disobbedienza civile ai poteri violenti, perché ogni potere consiste in definitiva soltanto nell’essere obbedito (Etienne de la Boétie; Gene Sharp). Ciò sarebbe possibile se la cultura della pace e della giustizia avesse voci e mezzi per diffondere (più di quanto già faccia con pochissimi mezzi) la conoscenza di questo diritto e possibilità dei popoli. In generale, i governi impediscono la conoscenza di questi mezzi di difesa popolare nonviolenta, perché, anche se eletti democraticamente, non vogliono che i popoli abbiano reale possibilità di controllo sulla loro azione e potere.

- La democrazia, come reale potere popolare, non è affatto facile. E’ più facile obbedire a un capo. I popoli non sono fatti interamente di santi e onesti. I vizi dei potenti sono latenti nell’umanità comune. Se cala la vigilanza etico-civile, le democrazie degenerano in autoritarismi, come accade ora drammaticamente e orribilmente in Italia. Kant dice: non occorre che i cittadini siano angeli, basta che siano “diavoli intelligenti”; cioè, nonostante i vizi umani, la conoscenza e l’intelligenza possono portare a ridurre o eliminare le maggiori cause di sofferenza e ingiustizia, come è la guerra, presunta e falsa soluzione dei più gravi conflitti. L’umanità procede in civiltà se sa immaginare e istituire metodi più umani nelle relazioni difficili. Questo è il compito della cultura politica popolare, democratica. I governanti valgono e meritano riconoscimenti nella precisa misura in cui non impediscono, ma rispettano e promuovono questa umanizzazione.

CI GIOCHIAMO LA LIBERTA’?

Pubblicato da: Benguitar90 su: 15 dicembre 2009

14.12.2009

CONTRO LA VIOLENZA PER LA LIBERTA’
di Ezio Mauro

Hanno colpito Berlusconi. L’immagine del volto del Premier trasformato in una maschera di sangue raggiunge tutti noi con la sua carica di violenza. Con la follia che trasforma un uomo in simbolo da abbattere ad ogni costo e con ogni mezzo, e la persona che diventa un bersaglio fisico. Il film drammatico di piazza Duomo farà il giro del mondo, testimoniando il degrado dello scontro politico in Italia. Ma per una volta, non è questo che conta. Conta l’effetto su ognuno di noi, sul Paese, sul sistema politico.

Amici e avversari, sostenitori e oppositori oggi devono essere solidali con il premier – come siamo noi – e senza alcun distinguo, nel momento in cui è un uomo colpito dalla violenza. E devono fare muro contro l’insania di questo gesto, prima di tutto perché è gravissimo in sé e poi perché può incubare una stagione tragica che abbiamo già sperimentato, negli anni peggiori della nostra vita.

Solo così la politica (che la violenza vuole ammutolire) può salvarsi, ritrovando il suo spazio e la sua autonomia, nella quale è compreso il confronto durissimo tra maggioranza e opposizione e anche lo scontro di opinioni, programmi e strategie. Ma distinguendo, sempre, tra le critiche e l’odio, tra il contrasto d’idee e la violenza, tra le funzioni e le persone.
Anche se il gesto di piazza Duomo è fortunatamente isolato e frutto di follia, in gioco c’è niente meno che la libertà. La libertà di Berlusconi di dispiegare le sue politiche e le sue idee coincide con la nostra stessa libertà di criticarlo. Questo spazio di libertà si chiama democrazia: difendiamola.

TEMPO DI SENTENZE

Pubblicato da: Benguitar90 su: 7 ottobre 2009

06.10.2009

L’assoluzione di Bossi per aver incitato a imbracciare le armi

Ci sono sentenze che fanno notizia, come quella che impone a Fininvest di pagare 750 milioni per la vicenda del lodo Mondadori. Ci sono sentenze, o decisioni, che faranno notizia tra qualche ora, come quella della Corte Costituzionale sul lodo Alfano. No, non mi riferisco a queste.
Voglio dire un mio parere su una piccola sentenza dello scorso 2 ottobre, di un piccolo tribunale come quello di Verbania. C’è anche un motivo diciamo… sentimentale. In quella stessa aula dove il sottoscritto, con altri due amici, ha avuto un processo penale il 4 giugno 1991 – accusati e assolti ! – per aver invitato all’obiezione di coscienza alle spese militari, è stato processato – e assolto! – nientemeno che il Ministro Umberto Bossi. Non posso che complimentarmi oltre che con il Ministro anche con il Sostituto Procuratore che ha voluto sottolineare la gravità delle parole di Bossi, pronunciate a Verbania durante un comizio nel 2008, sulla possibilità di “imbracciare i fucili per cacciare la canaglia romana”. Non conosco le motivazioni della sentenza. Ne prendo atto, con rispetto ovviamente. Resta però qualcosa che va oltre alla sentenza: il valore culturale, “educativo” o “diseducativo” di quanto affermato dal Ministro: che tutto venga preso come una battuta, come spesso dicono i suoi amici: “Ma sì, dai si sa, Bossi scherza”, “è un modo di dire…”, ecco allora che diventa accettabile nel linguaggio, e quindi tollerata e accettata nel pensiero comune (e non mi riferisco più solo a Bossi ma un po’ a tutti noi) la battuta razzista, la frase contro una donna, le battuta sul non pagare le tasse… e così via. L’elenco sarebbe lungo fino ad arrivare al dio Po, alle radici cristiane, alla difesa dei crocifissi (di legno) ma non delle persone in carne e ossa.
Se un ministro può permettersi di minacciare l’uso dei fucili, allora anche il cittadino può permettersi di dire tutto, se il modello è questo. E, infatti, abbiamo una cultura razzista in aumento (e le leggi ratificano e rafforzano questo modo di pensare). Abbiamo un cultura dell’illegalità, del furto e della disonestà, ratificati poi da una legge come lo scudo fiscale che premia i furbi, ladri e disonesti, garantendo pure l’anonimato.
Al di là delle sentenze, che vanno sempre rispettate, resta quindi, dopo questa sentenza di Verbania passata quasi nel silenzio, il problema educativo e morale. Che va ben oltre l’aula di un Tribunale. Il rischio, reale, è che si faccia sempre più strada quello che con profonda amarezza commentavano i miei nonni, molti anni fa, di fronte dall’andazzo generale: “Non è più peccato rubare. È peccato farsi prendere”.

Renato Sacco

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LA CITTA’ DOVE LA VITA NON VALE NIENTE

Pubblicato da: Benguitar90 su: 5 ottobre 2009

Senza commenti. Fate girare, per favore.

29.09.2009

Questa è la città dove la vita dei bambini vale meno di zero. La ‘ndrangheta li uccide, così, per caso, perché si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Quell’impasto maleodorante di speculazione, malapolitica e indifferenza che governa tante cose della Calabria, li avvelena. Rino Gaetano non canta più. Qui il "cielo non è sempre più blu". Perché l’aria, la terra, le strade, le scuole sono state avvelenate dai rifiuti della "PertusolaSud". Montagne nere di ferraglia mista a cadmio, zinco, arsenico, che la voracità dei dirigenti della fabbrica ha trasformato in materiale da vendere al miglior offerente. La burocrazia e i ministri, anche quelli che negli anni si sono proclamati difensori della salute e dell’ambiente, sono stati distratti, i costruttori hanno ritenuto vantaggioso il prezzo.
E così che a via Marinella un intero piazzale è stato tirato su con il "Cubilot". Non è il nome di un cartone animato di nuova generazione, ma quello di una miscela di zinco e altri veleni. Chi ne viene a contatto rischia malattie gravi. Ma ci vorranno anni, avverte il professor Sebastiano Andò, per valutare i danni sull’organismo. Su quel piazzale c’è un istituto tecnico. È chiuso. Come chiusa è la scuola elementare San Francesco. A Crotone, chi doveva si è accorto del pericolo solo dopo anni. C’era anche un’inchiesta aperta, ma prendeva polvere negli scaffali della procura dal 1998. Solo dieci anni dopo un giovane pm, Pierpaolo Bruni, ha tolto la polvere, ha riaperto i faldoni e ha scoperchiato il bubbone di "Black Mountain". La città trema, le famiglie dei bambini e dei ragazzi vivono nel terrore. Ci sono morti e malattie sospette.

Abbiamo parlato coni genitori dei bambini colpiti. Ne raccontiamo le storie evitando, per motivi di privacy e di semplice umanità, di indicare i nomi. Il bambino E frequentava la materna alla Scuola San Francesco. A tre anni comincia a lamentare forti dolori alla pancia. Una visita dal pediatra, il ricovero all’ospedale cittadino, i medici che non capiscono. Lo portano a Trieste. Qui la diagnosi. Dura, difficile da leggere e da capire: tumore botroide alle vie biliari. "Ma dove abitate, vicino a una discarica?" Allado manda degli specialisti, i genitori di F. rimangono allibiti. Il bambino porta sul corpo i segni delle quattro operazioni subite. Il pallore del viso racconta delle lunghe sedute di chemioterapia. Dovrà sottoporsi a visite ogni quattro mesi e solo nel 2012 potrà essere dichiarato definitivamente fuori pericolo. I genitori, entrambi disoccupati, continueranno la loro via crucis verso Trieste. Il bambino G. è stato meno fortunato. È morto. La vita divorata da una "leucemia mieloide acuta". Abitava con la sua famiglia a Bernabò, una lunga strada costruita col Cubilot. Era uno dei tanti cantieri che dirigenti della Pertusola, costruttori con pochi scrupoli e tanto pelo sullo stomaco, hanno trasformato in discariche abusive. Quante tonnellate di veleno sono finite interrate sotto strade, scuole, palazzi della città di Crotone?
Non è ancora possibile fare un calcolo. Il pm Bruni ha valutato che nei depositi dell’azienda erano stoccati non meno di 200.000 metri cubi di materiale, qualcosa come 400.000 tonnellate. Questo fino al 1996. E le montagne di veleni dei decenni precedenti, che fine hanno fatto, quali metastasi hanno già provocato nel corpo della città? Il dottor Francesco Rocca è il responsabile del servizio prevenzione, igiene e sicurezza della Azienda sanitaria. "La montagna di detriti prodotta dalla Pertusola era ammassata nei piazzati della fabbrica. È stata per decenni, fin dagli anni Venti, esposta al vento, alla pioggia. Quali danni sono stati provocati alla catena alimentare, alla salute dell’intera cittadinanza? Sono interrogativi ai quali potremo rispondere solo dopo una lunga indagine retrospettiva iniziando dagli operai che hanno lavorato nello stabilimento e dai loro familiari. Noi abbiamo bisogno di un centro epidemiologico che studi per anni l’incidenza delle varie patologie".

Rossella Vazzano è una mamma e rappresenta il comitato dei genitori dei bambini che hanno frequentato la scuola San Francesco. "E’ uno schifo, siamo stati informati dai giornali locali. Ora, però, vogliamo sapere tutto. Devono rendere note le analisi, che si faccia uno screening su tutti coloro che a vario titolo, insegnanti, operatori, genitori, hanno frequentato quella maledetta scuola. Vogliamo la verità".

Crotone, dove la vita dei bambini vale meno di zero. Sui muri sono ancora freschi i manifesti listati di nero che annunciano la morte di Domenico, 11 anni, colpito a giugno dai proiettili di un killer di mafia. Stava giocando a calcetto col papà. Gaia, 5 anni, sta lottando tra la vita e la morte in ospedale. Le spararono in testa i killer di suo padre. Luca Megna, di professione mafioso.

Enrico Fierro
(Ha collaborato Rossana Caccavo)

SAVIANO: VERITA’ E POTERE NON COINCIDONO MAI

Pubblicato da: Benguitar90 su: 4 ottobre 2009

Questo è il video dell’intervento di Saviano alla manifestazione per la libertà di stampa. In parte i contenuti sono quelli espressi nell’articolo uscito su Repubblica il giorno prima, ma consiglio in ogni caso la visione di questo filmato.

03.10.2009

COSA VUOL DIRE LIBERTA’ DI STAMPA

Pubblicato da: Benguitar90 su: 4 ottobre 2009

Questo intervento di Roberto Saviano è stato pubblicato su Repubblica il giorno prima della manifestazione a Roma per la libertà di stampa; è stato pubblicato anche da El Paìs, The Times, Le Figaro, Die Zeit, dallo svedese Expressen e dal portoghese Espresso.

02.10.2009
Molti si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento. Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un’ opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all’ altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo. Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: «Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?». Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati. Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita. In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l’ incriminazione delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l’ informazione e chi cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di potere formale? Chi ha votato per l’ attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa? Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell’ Italia? Il ricatto cui è sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In più ci sono aspetti che rendono l’ Italia da tempo anomala e più fragile di altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della povertàe della disoccupazione divengono ancora più rischiosi. Nel 2003 John Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110 miliardi di dollari all’ anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in Europa. L’ Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo la Colombia. È il paese europeo che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditie minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge. Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate dall’ opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l’ esperienza di chi sa quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto. Il capo del cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva «sei alleato di una persona solo quando la ricatti». Un potere ricattabile e ricattatore, un potere che si serve dell’ intimidazione, non può rappresentare una democrazia fondata sullo stato di diritto. Conosco una tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra, molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto nella mia terra l’ alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di centrodestra, volete tutto questo? Questa manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti. Vorrei che ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e fatto a servizio di un’ informazione libera. In nome di Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell’ Occidente come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato.

Roberto Saviano

I CLAN E LE TRIBÙ CONTANO PIÙ DELLO STATO

Pubblicato da: Benguitar90 su: 24 agosto 2009

Alberto Cairo lavora per il Programma Ortopedico del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Afghanistan

23.04.2009
Quando arrivai a Kabul nel 1990, Latif fu l’ insegnante-guida che mi fece conoscere il paese. Grazie a lui imparai a evitare errori grossolani e a guardare un poco oltre le apparenze. Una sera, drammatico, annunciò che avrebbe parlato della più grande tragedia dell’ Afghanistan. Pensai a guerra, povertà; alla geografia del paese, che lo vuole attorniato da vicini-nemici. "Le etnie sono la nostra rovina," disse invece solenne. "Etnie forti voglion dire stato debole", spiegò alludendo allo sfasciarsi del potere centrale allora in atto e al sorgere di fazioni mujahiddin e signori della guerra. "Un circolo vizioso: se leggi e governo non ti proteggono, ti rifugi in clan e tribù, rendendo lo stato ancora più diviso e impotente". Consigliava di sempre osservare l’ equilibrio etnico assumendo personale nuovo in ospedale. Ora l’ Afghanistan è in mille frazioni, con gruppi, clan, e sottoclan. Ogni individuo ha obblighi verso il proprio gruppo, fatto di parenti più o meno stretti, e dal gruppo riceve in cambio sostegno e difesa. Quando Latif disse di conoscere per nome quattrocento parenti, provai a contare i miei, senza arrivare a trenta. La tradizione, proseguì, voleva pashtun per comandare, tajiki per amministrare, hazara per servire. Che pashtun fossero tutti i re (tranne uno nel 1929), tajiki i più attivi impiegati negli uffici governativi e silenziosi hazara dai tratti orientali i migliori domestici, lo provava. Senza generalizzare, le sue parole sono ancora tristemente valide. Hazarà e tajiki poveri chiedono e accettano qualsiasi lavoro, anche pulire i bagni; i pashtun, persino quelli senz’ arte nè parte, no. Se uno chiede loro "che vorreste fare?", rispondono sicuri: "i controllori". Alle ultime elezioni, molti afgani hanno votato in base all’ etnia. Decidere il capo dello stato scegliendolo in base a ciò che mina lo stato stesso è una contraddizione.

Alberto Cairo

MIGRANTI E PESCHERECCI

Pubblicato da: Benguitar90 su: 23 agosto 2009

Segnalo una parte dell’intervento domenicale di Eugenio Scalfari su Repubblica, secondo me particolarmente significativo.

23.08.2009
Perché i pescherecci che avvistano barche di migranti in difficoltà non intervengono? Risposta: se sono in difficoltà superabili, intervengono, forniscono viveri acqua e coperte, indicano la rotta. Se sono in difficoltà gravi, li segnalano alle autorità italiane.
Segnalano sempre? Risposta: non sempre.
Perché non sempre? Risposta: se imbarchiamo i migranti sui nostri pescherecci rischiamo di perdere giorni e settimane di lavoro. Noi siamo in mare per pescare. Con gli immigrati a bordo il lavoro è impossibile.

Non siete risarciti dallo Stato? Risposta: no, per il mancato nostro lavoro non siamo risarciti.
Ci sono altre ragioni che vi scoraggiano? Risposta: chi prende a bordo clandestini e li porta a terra rischia di essere processato per favoreggiamento al reato di clandestinità. Temono di esserlo, perciò molti chiudono gli occhi e evitano di immischiarsi.

Se li portate a Malta che succede? Risposta: peggio ancora, ci sequestrano la barca per mesi e ci tolgono l’autorizzazione a pescare nelle loro acque.
Questi sono i risultati di una legge sciagurata, salutata non solo dalla Lega ma dall’intero centrodestra come un successo, una guerra vittoriosa contro le invasioni barbariche.

Questa legge dovrebbe essere abrogata perché indegna di un paese civile. Nel frattempo gli immigrati entrano a frotte dai valichi dell’Est. Non arrivano per mare ma in pullman, in automobile, in aereo, in ferrovia e anche a piedi. Alimentano il lavoro regolare e quello nero in tutta la Padania e non soltanto.
I famigerati rom e i famigerati romeni vengono via terra e non via mare.
La vostra legge non solo è indecente ma è contemporaneamente un colabro

GREENPEACE: MASSI IN MARE PER PROTEGGERE LE RISERVE

Pubblicato da: Benguitar90 su: 18 agosto 2009

18.08.2009

Abbiamo affondato 180 blocchi di granito nel mare di Kattegat in Svezia. Questi massi formeranno una barriera di protezione contro la pesca a strascico nelle zone di Lilla Middelgrund e Fladen, due aree marine ‘protette’ solo sulla carta.

Prima di dare inizio all’operazione abbiamo commissionato uno studio di impatto ambientale per assicurarci che le attività non avessero alcuna ripercussione sull’ecosistema. Per posizionare i 180 blocchi, gli attivisti hanno lavorato sodo per una settimana. I massi – fino a tre tonnellate di peso – ostacoleranno le reti a strascico, responsabili della distruzione dei fondali marini, ecosistemi ricchissimi di biodiversità.

Nel 2003 Lilla Middelgrund e Fladen sono state riconosciute come aree marine da proteggere sia dalla Svezia che dalla Comunità Europea (secondo la Direttiva Habitat). Purtroppo, in assenza di effettive misure legali, metodi di pesca distruttiva come lo strascico vengono comunemente praticati in queste zone di grande valore ecologico.

Data l’assenza di effettive misure legali, siamo costretti a gettare in mare blocchi di granito per proteggere habitat particolarmente sensibili. C’è bisogno di una riforma urgente della politica comunitaria sulla pesca. Noi continueremo a fare campagna con ogni strumento a nostra disposizione per chiedere l’istituzione di una rete di riserve marine che copra il 40 per cento dei mari del Pianeta.

Nel 2008 Greenpeace aveva già posizionato 320 massi a Sylt Outer, al largo della costa tedesca, un’altra area "protetta" distrutta da attività di pesca a strascico. I massi sono serviti a bloccare la pesca su tali fondali e sono già stati colonizzati da una gran quantità di vita marina.

Emergency

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